Intervista a Mikayel Ohanjanyan

novembre 19, 2012 / News

1. Mi sorge spontaneo sottoporti immediatamente a una domanda forse banale ma, a mio parere, inevitabile: come è nato il tuo interesse per l’arte e cosa ti ha spinto ad addentrarti in tale campo?

La mia passione per l’arte mi accompagna sin da quando ero bambino, anche se credo che a quell’età un po’ tutti noi ne siamo attratti. A dieci anni i miei genitori mi hanno iscritto alla scuola d’arte, dove ho sviluppato una passione per la scultura. Ad essere sincero, non saprei descrivere esattamente il vero motivo per cui io abbia intrapreso questa strada, ma sentivo di essere perdutamente attratto dalle forme scultoree e dal forte impatto della pietra.

Col tempo il mio interesse nei confronti dell’arte ha iniziato ad assumere maggiore consistenza e consapevolezza, diventando un vero viaggio di ricerca e scoperta.

2. La tua città natale è Erevan, in Armenia: che tipo di approccio si può riscontrare in tale paese rispetto all’arte, e soprattutto rispetto all’arte contemporanea? È una disciplina apprezzata anche dal pubblico amatoriale o rimane un’ elite riservata esclusivamente ad una nicchia di esperti?

 Nella mia città natale, come anche nelle altre città dell’Armenia, l’arte, in generale, è molto apprezzata e amata dalle persone. Nel periodo sovietico, e non solo, abbiamo avuto modo di ospitare artisti di grande spessore, le cui opere si possono trovare nei musei più prestigiosi dell’ex Unione Sovietica.

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, direi che è in fase di crescita. Nel periodo immediatamente successivo a quello sovietico è stato necessario, però, riabituare il pubblico a questo tipo di arte, avvicinandolo ad essa e facendo in modo che si addentrasse nelle nuove ricerche estetiche e concettuali che ne costituivano l’essenza.

Nonostante questo, ci sono tanti artisti, sia giovani sia appartenenti alla generazione precedente, che operano nel campo dell’arte contemporanea. Esistono, inoltre, numerosi centri culturali, musei, istituti di cultura di paesi esteri, che spesso organizzano iniziative nell’ ambito del contemporaneo.

3. In che misura la cultura del tuo paese d’origine e i successivi accadimenti politici hanno influenzato la tua “maniera” di fare arte?

 La mia cultura credo sia stata un bagaglio importante per la mia identità e la mia crescita;  indubbiamente si è mescolata anche con l’esperienza accumulata nel corso di questi anni, la quale si è sviluppata indirizzandosi verso un’ottica più contemporanea.

I diversi cambiamenti politici, verificatisi già prima del crollo dell’Unione Sovietica, hanno, senza dubbio, inciso fortemente sul mio modo di vedere e di percepire le cose. In quel determinato periodo della mia vita, non ero probabilmente perfettamente consapevole di quanto stava accadendo ma,  analizzandolo con gli occhi di oggi, anche quel vissuto ha un valore, che mi aiuta a percepire la realtà nelle sue sfumature e nelle sue diverse sfaccettature; ciò è per me fare arte.

 4. L’Italia ha avuto un ruolo preponderante nella tua esperienza lavorativa; cosa ti ha affascinato di questa terra e cosa ti senti di consigliare ai giovani artisti emergenti italiani che, a fatica, tentano di affermarsi nel mondo dell’arte?

 Si, è vero, l’Italia ha avuto un ruolo importante per la mia esperienza sia professionale che personale. Il mio primo viaggio in Italia è stato nel ’98, in occasione della Biennale di Scultura di Ravenna; all’epoca ero ancora studente dell’Accademia di Belle Arti di Erevan (Armenia). Provenivo da una formazione classica e, come si può immaginare, l’impatto con una cultura come quella italiana, fu per me decisivo. Nel 2000 mi sono trasferito definitivamente in Italia e, in questa occasione  è iniziato il mio percorso di studi all’Accademia di Firenze.

Successivamente, la conoscenza e il contatto con l’arte italiana e internazionale del XX secolo e con quella contemporanea, mi hanno permesso di elaborare e sviluppare una mia propria ricerca personale, che si basa sulle mie percezioni e riflessioni.

E’ di fondamentale importanza poter osservare e studiare tutto ciò che ci circonda, in quanto l’esperienza porta ad uno sviluppo celere del proprio essere che permette una consapevolezza della propria identità e quindi conseguentemente la ricerca di rappresentazione di quest’ultima; dal momento che solo noi, e nessun altro, la possiede pienamente.

5. Ho riscontrato la presenza di alcune tue opere nel Museo d’Arte Contemporanea di Pavia; puoi parlarci dei tuoi lavori esposti all’interno del museo e in che modo sei entrato in contatto con questa realtà territoriale?

L’opera “Il quartetto del terzo millennio” è stata esposta nel Museo di Pavia in seguito alla mia partecipazione alla II Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Pavia, dove sono stato riconosciuto come vincitore per la sezione di scultura. Allora ero studente ed ero venuto a conoscenza di questo concorso tramite l’Accademia di Firenze.

 6. Sei un artista molto giovane e, dalle tue opere, ho riscontrato una predilezione per i materiali grezzi come ferro, piombo, bronzo accompagnati da elementi maggiormente innovativi come neon, plexiglas, specchi di varia dimensione. Emerge dai tuoi lavori, la volontà di porre materiali differenti quali simboli di concetti introspettivi contrapposti tra loro e che, in qualche modo rappresentino la complessa società odierna. Da dove nasce questa idea della contrapposizione, della ricerca introversa di forma e spazio quali emblemi dell’”oggi”?

 La scelta e la sperimentazione dei materiali si sono sviluppate nel corso delle varie fasi della mia crescita professionale. In alcuni casi sono stato condizionato da alcune manifestazioni, come ad esempio, il Premio Targetti o l’evento collaterale Neoludica per la Biennale di Venezia del 2011. All’inizio, a causa della mia formazione tradizionale, utilizzavo spesso materiali quali bronzo, pietra, legno, ai quali poi si sono aggiunti neon, ferro, plexiglas, fibre di carbonio, ecc..

Il motivo della selezione del materiale non è necessariamente condizionata dal concetto dell’opera. A volte può esserci una scelta puramente sperimentale e tecnica, che poi a sua volta assume un aspetto estetico.

L’aspetto concettuale preferisco ricercarlo nella sostanza dell’interpretazione  della forma stessa, nello spazio e nell’interazione del visitatore con esso. La presenza di materiali e tecnologie nuovi ha, certamente, un ruolo fondamentale, ma, certo, non può costituire la sostanza dell’opera stessa.

L’idea della contrapposizione mi viene dall’osservazione del genere umano e della natura, dalla contraddittorietà della società odierna: un misterioso equilibrio tra due realtà opposte.

7. Lo specchio è uno degli oggetti che utilizzi più spesso. È, forse, un tentativo di introdurre una dimensione psicologica e introspettiva nelle tue opere?

L’ho utilizzato nella serie di “Limen” (Soglia) e in certo senso sì, è un tentativo di introdurre una dimensione psicologica, ma non solo. In queste opere, attraverso lo specchio, ho cercato di creare delle dimensioni, passaggi e porte dove il fruitore viene coinvolto all’interno dell’opera, come se stesse per intraprendere un viaggio. E’ un richiamo per il visitatore alla riflessione e all’apertura non solo sulle diversità fisiche ma anche su quelle mentali, metafisiche, psicologiche e culturali. Una riscoperta di se stessi, e, di conseguenza, degli altri.

8. L’opera Prospettive (2011), correggimi se sbaglio, appare come il tentativo di una ricerca di forma e spazio accompagnata, però, da una dimensione quasi filosofica e armoniosa. Che significato nasconde l’opera? E in che rapporto stanno spazio/geometria/forma con la dimensione poetico – filosofica nella scultura? 

 L’opera “Prospettive” realizzata appositamente per l’evento collaterale Neoludica “Art is a game” 2011-1966 alla Biennale di Venezia nel 2011, è un lavoro che unisce contemporaneamente accaduto e avvenire, spazio e immaginazione, forma e poesia.

E’ costituita da una grande struttura cubica di ferro, all’interno della quale si intrecciano numerosi fili, creando dei vuoti e dei pieni; compaiono delle superfici geometriche, che contengono dei codici colorati  in attesa di essere decifrati. In questo lavoro si sviluppa una narrazione transmediale complessa i cui contenuti si intrecciano in un flusso continuo. Con uno smartphone si possono percorrere delle geografie culturali che sembrano riemergere dalla memoria dell’opera.

La scultura infatti è interattiva in quanto il visitatore dopo il primo impatto con una forma e uno spazio sconosciuto, carico di tensioni e prospettive, entra in gioco con l’opera. Vale a dire, con l’aiuto di uno smartphone inizia a decodificare i colori, di cui ho parlato prima, scoprendo la stessa frase in tutte le lingue più parlate del mondo. Diventa un vero e proprio gioco alla ricerca della propria lingua, e alla scoperta del significato della stessa. La frase è “Conosci te stesso” di Talete, che a sua volta induce l’osservatore ad una riflessione intima e profonda. Il fruitore, diventa il protagonista dell’opera.

In termini di spazio e forma è un tentativo di oltrepassare i confini stabiliti, di raffigurare la dimensione introversa di questi due concetti evidenziando così il contrasto tra l’Uno e la sua poliedricità, tra la staticità e il dinamismo, tra il fuori e il dentro; sono tutti rapporti che, nonostante l’aspetto apparentemente atemporale della scultura, riflettono direttamente le sfumature della nostra società odierna con le sue contraddizioni e tensioni.

Mikayel Ohanjanyan_www.mikayelohanjanyan.com_+39 3490536467 Foto di Mario Savini

 9. I tuoi lavori mostrano un andamento che sembra andare di pari passo con lo sviluppo e con il progredire della tecnologia; materiali nuovi, concetti nuovi, innovazione: sono sufficienti a creare una svolta nell’arte? In quale rapporto ti poni con l’arte tradizionale e quanta importanza ha avuto nella realizzazione ultima delle tue sculture?

Col tempo ho imparato a valorizzare e ad introdurre nelle mie opere i vari tipi di materiali, in quanto spesso mi suggeriscono soluzioni alternative, a me del tutto sconosciute fino a quel momento.

Le innovazioni tecniche sono fondamentali per un’artista e per la sua crescita, anche perché possono essere la sorgente di ispirazione per nuove opere. Tuttavia non credo che utilizzo di materiale innovativo o tecnologia avanzata sia obbligatoriamente sinonimo di arte innovativa, anzi, a volte può diventare semplicemente una banale operazione estetica priva di concetto.

L’arte tradizionale è stata, per me, fondamentale; grazie a questa ho imparato ad osservare, a sentire il ritmo dell’opera. La mia preparazione mi permette oggi di spaziare liberamente nella mia ricerca e sperimentazione.

10. Quale deve essere, secondo te, il ruolo dello spettatore – fruitore, nei confronti delle tue sculture e delle tue installazioni?

Non pongo mai al visitatore soltanto una lettura univoca, né tantomeno soltanto la mia lettura dell’opera. Cerco sempre di creare dimensioni, spazi e forme, che diano allo spettatore un impatto emotivo forte, lasciando ad ognuno libertà assoluta d’interpretare e di riflettere sui miei lavori, a seconda del proprio bagaglio culturale e delle proprie esperienze personali. Nelle maggior parte delle mie opere o progetti, in modo diretto o indiretto, fisicamente o emotivamente, l’osservatore viene “trascinato” all’interno dell’opera stessa, diventando la chiave di lettura di essa, il protagonista assoluto.

11. Stanze (omaggio al processo di Kafka) (2010) sembra una sorta di spazio teatrale dove lo spettatore viene del tutto coinvolto all’interno della scena e viene proiettato verso il centro dello spazio. È possibile definirla un’installazione a tutti gli effetti? 

Direi di si.

Il progetto “Stanze”, in effetti, è un’opera per una grande installazione – scenografia, dove lo spettatore trovandosi nel primo cerchio delle stanze, diventa un elemento fondamentale dell’opera e dello spettacolo stesso.

12. Progetto per installazione (2012) è una semplice installazione realizzata con due cubi di piombo tenuti sotto tensione da un libro di piccole dimensioni posto al centro. Mi ha affascinata molto l’idea di porre il libro quale simbolo dominante e centrale dell’opera; che significato assume? Si collega, in qualche modo, alla cultura del tuo paese, alla società di oggi, agli equilibri/squilibri del mondo? Cosa ci vuole dire quest’opera? Anche qui si può parlare di contrapposizioni e di opposti?

In effetti fa parte della serie di opere, che indagano sulla tensione e sugli equilibri.

E’ un progetto per un’installazione di circa 15 m di lunghezza e 2,2 m d’altezza, costituito da due cubi di piombo tenuti sotto tensione da un singolo libro posto al centro dello spazio che intercorre tra di loro. I piedistalli dei cubi devono essere assemblati da libri usati e consumati. Il libro in centro, che, con l’ aiuto delle corde tiene sotto tensione i due cubi, deve essere bianco, senza nessuna scrittura o stampa, in quanto viene progressivamente riempito con pensieri e scritti provenienti dall’osservatore stesso, durante tutto il periodo dell’installazione.

L’idea di quest’opera è di rappresentare il potere simbolico di un solo libro, che con la sua semplicità e solitudine è capace di mettere in crisi i due cubi pesanti di piombo, che a loro volta tengono sotto pressione la cultura.

L’opera ovviamente ha un valore metaforico e riguarda l’uomo rapportato con la società contemporanea.

 13. Lo scorso 26 ottobre 2012 hai inaugurato la mostra presso lo “Spazioblu” a Bologna; puoi illustrarci alcuni tuoi lavori qui esposti?

La mostra In/Outside of me, curata da Simona Gavioli presso lo SpazioBlue, rappresenta 12 opere, che indagano sul tema del contrasto; tensioni ed equilibri, dentro e fuori, staticità e dinamicità, prospettive e dimensioni introverse.

Sono opere attraverso le quali cerco di rappresentare ciò che si pone al di là della superficie della scultura stessa, cioè una dimensione psicologica e interiore, materica ma nello stesso tempo onirica, che diventa il punto focale per il fruitore.

E’ una riflessione sulla condizione umana e sulla società odierna.

 14. Eccoci arrivati all’ultima domanda: sapresti definire in una parola che cosa è per te l’ARTE?

 La domanda più difficile. Non credo di poter definire una parola così poliedrica e significativa con un solo termine. La si può percepire con uno sguardo, con silenzio.

Scritto da Eleonora Sangalli