La spettacolarizzazione nel mondo dell'arte contemporanea

novembre 15, 2012 / News

L’arte oggi è sempre più dominata da opere che si caratterizzano per la loro spettacolarità piuttosto che per i contenuti. Questa situazione ha fatto sì che lo spettacolo diventasse agli occhi di molti il male da eliminare dal mondo dell’arte. La spettacolarizzazione viene spesso accusata di minare il potenziale critico dell’arte in favore delle esigenze di mercato. Gli aspetti che incidono sulla spettacolarizzazione dell’arte contemporanea sono molteplici: a cominciare dalla scala, tanto quella legata alle dimensioni quanto quella finanziaria necessaria alla produzione dell’opera.

Guggenheim-Museum-Bilbao-Spain

Con una frequenza sempre maggiore ci troviamo infatti di fronte a opere dalle dimensioni enormi. Il museo ha la sua parte di responsabilità in questa tendenza al gigantismo: molti nuovi musei di arte contemporanea enfatizzano al massimo il contenitore architettonico, il che finisce per incentivare gli artisti a produrre opere che possano competere con gli spazi smisurati in cui vengono collocate[1]. Opere espressamente create per attirare l’attenzione, la cui spettacolarità spesso cela la mancanza di significato, come dichiara candidamente Damien Hirst : “Certe volte sento di non aver niente da dire, e spesso voglio comunicare proprio questo”[2]. Questo fenomeno si è accentuato a partire dagli anni Ottanta con il proliferare di nuove sedi dedicate all’arte contemporanea: ex stabilimenti industriali riconvertiti in ambienti espositivi (Tate Modern), e musei-monumento come quelli della fondazione Solomon R. Guggenheim. Attualmente nel mondo sono quattro i musei che si fregiano del marchio Guggenheim. Le sedi finora aperte sono a New York, Venezia, Bilbao e Berlino e altre sono in fase di realizzazione, come la faraonica sede di Abu Dhabi, firmata ancora una volta dall’archi-star Frank O. Gehry, che dopo la sede di Bilbao, ha immaginato un insieme di coni e figure assemblate come un’opera cubista.  È possibile, perciò, considerare la fondazione Solomon R. Guggenheim alla stregua di una vera e propria multinazionale dell’ arte?

Abu Dhabi Guggenheim

Un altro aspetto importante della spettacolarizzazione è dato dagli altissimi budget con i quali vengono realizzate alcune opere. I lavori Jeff Koons, ad esempio, vantano costi di produzione esorbitanti e richiedono il lavoro di decine di assistenti. Il multiplo Hanging Heart, cuore d’acciaio color magenta del peso di oltre 1.500 chili, battuto all’asta nel novembre del 2007 per 23 milioni di dollari. Un altro caso emblematico di questa tendenza è sicuramente For the love of God di Damien Hirst. L’opera è un calco di platino di un teschio umano in scala reale tempestato di 8.601 diamanti al massimo grado di purezza, per un totale di 1.106,18 carati. Sulla fronte è incastonato un grande diamante rosa a forma di goccia. I denti sono stati ricavati da un cranio vero del Settecento acquistato da Hirst a Londra. L’opera, costata 14 milioni di sterline, è stata messa in vendita dalla galleria White Cube di Londra al prezzo di 50 milioni di sterline, stabilendo così un record che non ha precedenti nella storia dell’arte. La predisposizione alla spettacolarizzazione sembra trovare particolare rilievo nelle sculture-monumenti destinate in spazi pubblici, come ad esempio Forever Marylin di Seward Johnson. L’opera, inaugurata a Chicago nel luglio del 2011, si presenta come una scultura in bronzo dipinto alta 10 metri del peso di oltre 15 tonnellate e rappresenta un omaggio alla leggendaria scena tratta dal film del 1955 “Quando la moglie è in vacanza” in cui un getto d’aria alza il vestito di Marylin. Il gigantesco ritratto della diva è diventato da subito meta di un pellegrinaggio sfrenato di turisti diventando in poco tempo la scultura più fotografata. Anche le recenti Olimpiadi di Londra hanno visto come protagonista la spettacolarizzazione dell’arte grazie all’ambiziosa opera di Anish Kapoor. La nuova torre-scultura si chiama The Orbit è alta 115 metri, 22 più della Statua della Libertà di New York, si presenta come la più colossale scultura d’Europa. Due piattaforme panoramiche e un osservatorio con enormi specchi concavi offrono una vista mozzafiato sull’intera città.

Hanging Heart Jeff Koons

Considerando le dimensioni, i costi di produzione, le quotazioni di mercato e i materiali stessi [3], ci troviamo, dunque, davanti ad un’arte la cui misura è nella dismisura?

Questa situazione rispecchia in pieno la definizione di business art di Andy Warhol, che già negli anni Sessanta affermò: “l’artista prima stava all’inferno, ora è in affari” [4]. La figura dell’artista può essere considerata, forse, pari a quella di imprenditore e finanziere al tempo stesso? Sembra quasi che l’arte si sia identificata con il mondo del mercato a tal punto da esserne divenuta indistinguibile. Come sostiene Stallabrass: “ L’arte e il mercato sono sempre più vicine tra loro, ed è diventato estremamente difficile criticare l’arte perché corrisponde a criticare il mercato (…) Il mondo dell’arte è oggi fortemente connesso a quello della pubblicità, a quello degli sponsor dei musei, e agli stili di vita proposti dai media, il che fa sì che l’arte sconfini nel design, nella moda e anche nella cucina”[5].

For The Love Of God Damien Hirst

Jeff Koons, ad esempio, utilizza oggetti come vettori del desiderio, come dichiara lui stesso: “nel sistema capitalista occidentale in cui sono cresciuto, si concepisce l’oggetto come ricompensa per il lavoro svolto. (…) una volta che gli oggetti sono stati accumulati funzionano come meccanismi di supporto dell’individuo, contribuiscono a definire le personalità dell’Io, esaudire ed esprimere desideri”[6]. L’artista si presenta come un vero intermediario, courtier del desiderio, le cui opere rappresentano semplici simulacri, immagini nate da ricerche di mercato, piuttosto che da una “necessità intima”, un valore considerato non più valido[7]. Le opere di Koons rappresentano cose che potremmo trovare in un negozio di oggetti da regalo e non in una galleria d’arte contemporanea: si tratta di animali carini, paffuti bimbi rosa e personaggi comici. Questo tipo di estetica non è vista di buon grado da alcuni critici “missionari della grande arte” come li definisce Arthur Danto, che la considerano banale e frivola. Nonostante queste critiche, le opere di Koons riscuotono un enorme consenso. “Diciamolo pure – dichiara ancora Danto – questi oggetti piacciono a chiunque non sia stato corrotto dalla grande arte, per citare una frase di Wittgenstein a proposito della filosofia. A tutti piace Koons, a meno che gli sia stato detto di non ammetterlo. Dato che alla gente che si occupa di arte è stato detto di non attribuire alcun merito ai banali esempi di Kitsch, che sono invece i paradigmi di Koons, c’è un ostracismo nelle loro menti, quindi amano e odiano il suo lavoro”[8]. Le strategie utilizzate da Koons derivano dalle rivoluzioni concettuali messe in atto da Duchamp e da Andy Warhol, che cambiarono notevolmente la percezione dell’arte. Con la Pop Art infatti l’arte si identifica con il mercato soprattutto attraverso le produzioni di massa. Jeff Koons, in linea con questa filosofia, attinge a un immaginario pop al limite del Kitsch e lo trasforma in arte alta tramite sculture dal forte impatto visivo. Questa tendenza fa sì che, talvolta, gli artisti considerino l’opera d’arte come merce seriale per il mercato, in cui la creazione è sostituita dall’atto del consumo: “Compro, dunque sono” scriveva Barbara Kruger.

Forever Marilyn Seward Johnson

Il considerevole aumento del numero di biennali e di grandi mostre periodiche costituisce un altro elemento fondamentale dell’arte come spettacolo. Nel corso degli ultimi due decenni sono aumentate vertiginosamente e risulta difficile stabilirne il numero attuale, vista la velocità con cui nascono e muoiono[9]. Le biennali rispecchiano la volontà dei governi di rendersi competitivi all’interno del panorama globale dei centri metropolitani. A tale scopo viene inserito l’elemento spettacolare: questi eventi risultano infatti principalmente manifestazioni mondane in cui presenziano anche grandi star del cinema e della musica e ottengono una grande attenzione da parte dei media, il che le rende una modalità espositiva spettacolare per eccellenza; anche più del museo, dato che richiamare l’attenzione dei media per un breve periodo è più facile che sostenerla nella quotidianità [10]. Considerato il ruolo chiave che attualmente svolgono i media nell’attribuzione di valore alle opere, possiamo affermare che il sistema dell’arte stia diventando sempre più simile a quello dell’industria dell’intrattenimento?

Anish Kapoor The Orbit – at London Olympics Park

 Scritto da Davide Mariani

[1] G. Altea, The Museum and the reshaping of Contemporary art, Politi, Milano 2001.

[2] J.Stallabrass, High Art Lite, Verso, London, 1999, p.27.

[3] G. Lipovetsky, La culture-monde: Réponse à une société désorientée,Odile Jacob, Parigi, 2008, p.96.

[4]  Benjamin H. D. Buchloh, Neo-Avantgarde and Culture Industry, MIT press, Cambridge, 2003, p. 466.

[5]  J. Stallabrass, High Art lite, Verso, London, 1999, p.185.

[6]  J. Koons, intervista di Giancarlo Politi, “Luxury and Desire” in Flash Art, n°132, 1987, p.71.

[7]  N. Bourriaud, Postproduction: Culture as Screenplay: How Art Reprograms the World, Lukas & Sternberg, New York, 2002, p.21.

[8] A. C. Danto, “Banality and Celebration: The Art of Jeff Koons”, in Jeff Koons. Retrospective, Astrup Fearnley, Oslo, 2004, p.16.

[9] 9 J. Pallister, “The Rise of the Contemporary Biennial”, in The Architect’s Journal, 10 November, 2011.

[10] Si veda F. Martini,V. Martini, Just Another Exhibition: Storie e Politiche delle Biennali, PostMedia, Milano, 2011.